Citofonare Kowanski, la comicità intelligente nel giallo di Andrea Ghizzani

Citofonare Kowanski, un giallo di Andrea Ghizzani

Citofonare Kowanski, un giallo di Andrea Ghizzani

Fin dalle prime righe l’aria che si respira in Citofonare Kowanski, di Andrea Ghizzani, è quella di un mix tra giallo e romanzo comico: a neanche ventiquattr’ore dall’avvio delle indagini sul “caso Galdini”, il cerchio si restringe attorno al Las Vegas, il bar di periferia più squallido che malfamato che è lo sfondo su cui si avvicendano tutti i personaggi con le loro storie, come se fossimo in una pièce teatrale. Sembra di sentire il rumore dei passi del maresciallo Galina che fa il suo ingresso nel locale: sono tutti lì i cinque compagni di merende, criminali da strapazzo riuniti attorno a un tavolo ad avvinazzarsi sornioni come se il giorno prima non fosse successo nulla, come le voci sul colpo fossero rimaste rigorosamente fuori.
Questi soggetti un po’ caricaturali, carabiniere incluso, introdotti uno per uno dal lento incedere del Galina come se a scorrere fosse l’occhio di bue di un palcoscenico, racchiudono nelle loro vite disperate e buffe molta verità, per cui è facile immedesimarsi da subito nella storia. Aldo il benzinaio, molto più presente al bancone che non alla pompa, ormai abbandonata al buon cuore di un nepalese mal pagato; lo Scozzese, che millanta natali in kilt e si reinventa in nuove vite immaginarie; il Conte, più noto ai propri creditori che nei salotti nobiliari; Enrico, il finto sportivo che addenta uno spuntino di metà pomeriggio affogato in un tubetto di maionese. E infine Kowanski, il personaggio del titolo, un manovale di origini polacche la cui sola entrata in scena preannuncia la cronaca delle indagini, esorcizzando nella sigaretta un vago senso di misfatto e noncuranza, come se il Las Vegas fosse un territorio libero dalla colpa e dal divieto di fumo.
La struttura del giallo è ben costruita, ma sulla suspense prevale la costruzione psicologica dei vari punti di vista, tutti in primo piano sullo sfondo unico del baretto, che serve a delineare perfettamente la realtà che vivono. Per questo si rimane coinvolti e non delusi quando il finale arriva, più tragicomico che imprevedibile.
È il canto del cigno dei disperati che si aggrappano all’idea del “colpo” come ultima spiaggia dell’arte di arrangiarsi, per continuare a stare a galla nella società senza dover scendere a patti con il lavoro, duro, saltuario, a nero. In questo senso il giovane Taulant Kowanski è l’emblema di ciò che accomuna e segna la sorte dei protagonisti: figlio di una ballerina di night evolutasi al rango di escort, collezionista di occasioni perdute e nuovi inizi mai portati a termine, finisce per partecipare alla truffa quasi senza accorgersene, coinvolto nell’insolita banda dall’ambizione di sopravvivere, dimenarsi tra piccoli imbrogli e precarietà, ma non di vivere una vita normale, che anzi sembra non poterci essere all’orizzonte. Tutti i personaggi sono accompagnati dall’aura del fallimento e chi non vuole fallire si deve adattare: al mondo del lavoro, alla famiglia, alle regole della società. Nonostante il loro strenuo tentativo di pianificare le cose in dettaglio, la catastrofe tragicomica dei protagonisti è incombente e riflette la frustrazione del loro mancato adeguamento al mondo.
Letto tutto d’un fiato in versione digitale, al momento non risulta una versione cartacea ma la consiglierei, anche se forse potrebbe risultare un po’ troppo breve e snello tra gli scaffali.
Spassoso ma anche amaro, se si ha a cuore l’attualità del nostro Paese.

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Autore: miki

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