Fedro tradotto in vernacolo barese da Franca Angelillo

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, giunsero alla stessa fonte.nuove poesie baresi recensione

Superior stabat lupus, longeque inferior agnus (sublime madre lingua latina, nella sua elegante semplicità).

Acquanne la ngherdìzzie d’u lupe se descetò, cercò na scuse pe’ fa la lite. Più gutturale il vernacolo barese, ma pure questa è madre lingua.

Infatti, ci sono anche le favole di Fedro, per la prima volta tradotte, veldàte a la barèse, nella seconda raccolta di Franca Fabris Angelillo. In un volume delle edizioni Levante di Bari dal titolo Nuove poesie baresi (174 pagine), “il dialetto viene messo in campo come vera e propria ‘lingua’”, sottolinea nella prefazione Daniele Giancane, che colloca la professoressa tra i protagonisti della più nobile tradizione vernacolare locale. Nei suoi versi si dimostra in grado di trattare argomenti elevati, ma anche questioncine di tutti i giorni. Con la stessa eleganza, “parla di cose alte e basse”, di scorze de marànge, lemòne, mandarìne e femminicidio, del Maestro Abbado e di calura estiva, di giornate amare e panòcchie ngàpe (bernoccoli in testa, nella traduzione a fronte, che accompagna ogni poesia).

Di attualità, accanto ai ricordi, come le trecce della mamma raccolte dietro il capo e lei che da piccolina si arrampicava a strapparle i ferretti che le tenevano su. Allora le sembrava altissima, ma da adulta dovrà chinarsi per poterle fare una carezza sui capelli bianchi. Memorie tenere, tanto sentimento, ma la contemporaneità fa capolino quando Franca Angelillo indugia a riflettere sulla stagione dei computer e la letterina a Gesù Bambino diventa una mail di Natale al divino pargoletto.

Un’autrice “promossa”

Sempre Giancane considera questa nuova raccolta un prodotto esclusivo, con pochi paragoni e la saluta come un’opera importante, che pone il dialetto in un’aura finalmente dignitosa. Quel “finalmente” non passa inosservato. La prefazione diventa una severa critica dell’attuale poesia dialettale barese, che il docente universitario giudica severamente, osservando un orizzonte di mediocrità, non all’altezza di una “storia bisecolare che annovera autori di grande prestigio, da Francesco Saverio Abbrescia a Domenico Dell’Era e Gaetano Savelli”.

L’Angelillo è assolta. Anzi, promossa. Si distingue. Invece, “allignano diversi poeti (?) – scrive il docente di pedagogia – che usano il codice dialettale come aneddotica, fatterello, memoria del tempo che fu, riporto di usanze popolari, battuta immediata. Una bocciatura secca, tanto più se si aggiunge l’ulteriore considerazione: “converrà dire che in tutti questi pseudo-poeti non c’è poesia ed anzi affermerei che si tratta di persone che non sanno neppure cos’è la poesia. Mancano di cultura, di studio, di buone letture. Può proporsi decentemente come poeta dialettale non chi sa semplicemente come si viveva un tempo, ma chi conosce la letteratura”.

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“Per scrivere in dialetto occorre preparazione, impegno e conoscenza della letteratura”, insiste, negando però che il vernacolo viva un momento di decadenza, “nei quartieri popolari di Bari è la prima lingua, poi viene l’italiano”. È vivo, vivissimo anche nel cinema (da Rubini a Zalone) e nel “secondo libro in versi baresi dell’autrice viene messo in campo come vera e propria ‘lingua’, che come ogni lingua parla di tutto, di metafisica e quotidianità, di paesaggi e personaggi, di memoria e di futuro”, in linea con l’assunto del poeta dialettale leccese Francescantonio D’Amelio: “la lingua del popolo ambasciatrice è de la mente e le cose tutte spiega come l’anima le sente”.

Note sull’autrice

Franca Angelillo è nata a Bari, ha insegnato per quarant’anni nelle medie, pioniera dell’animazione teatrale e del dialetto come strumenti didattici. E le sue erano scuole di frontiera, collocate nei quartieri a rischio. Di sapore scolastico, non a caso, sono le inedite versioni di Fedro. Le ha tradotte direttamente dal latino al dialetto e solo dopo dal dialetto in italiano, superando non poche volte l’ostacolo dell’intraducibilità di molti vocaboli dell’antica lingua dell’Urbe.

Na volpe, ca tenève fame, zembàve che tutte le forze sope a na vigna iàlde cercanne de pegghià l’uve. Ma non arrevàve a tecquàlle. Ndrammènde s’allendanàve decì “Non iè matùre; non la vogglie acèrbe”.

Acerba non la voglio. Nondum matura est, così il grande Fedro.

Autore: Krauss

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