La cattedrale dei pagliacci, intervista all’autore Adriano Petta

Adriano Petta_ Oltre il romanzo

Adriano Petta

In questa intervista Adriano Petta racconta il mondo dell’editoria tra luci ed ombre… tante ombre.

La cattedrale dei pagliacci è un giallo dai sapori fin troppo reali. Dal romanzo storico è passato al giallo. Ci può spiegare questa scelta e come nasce questa sua opera?

Penso che un autore debba cimentarsi con tutti i generi della letteratura, come un attore di teatro. Nei miei trent’anni di scrittura ho creato romanzi storici, gialli, di fantascienza, di denuncia, fantastici; tutto tranne il genere più difficile: quello umoristico. Per quello occorre essere estremamente intelligenti, come Troisi e Benigni. Lo spunto per ideare La cattedrale dei pagliacci me l’offrì una vicenda realmente accaduta al sottoscritto, e di cui posso raccontare solo i fatti, i contorni, senza scendere nel dettaglio. Naturalmente chi leggerà il mio romanzo noir penserà che io sono dotato di molta fantasia, che La cattedrale dei pagliacci sia una storia così incredibile che il lettore potrebbe stentare ad immedesimarsi e a trasportare la storia che racconto nella realtà. Ma quello che accadde superò ogni fantasia più sfrenata, incredibile, impossibile. Non esiste una penna più geniale della vita reale.

I personaggi delineati riportano a personaggi contemporanei dell’editoria che realmente esistono. Diciamo a una certa romanità intellettuale. Può dirci a chi si è ispirato?


Mai racconterei i nomi dei quattro autori che sfruttarono l’idea del mio romanzo, finirei addirittura per fargli pubblicità! Ci tengo a precisare che i quattro grossi cacalibri non copiarono una sola parola del mio romanzo, ma si servirono del nocciolo della mia storia, dell’idea. E per la legge internazionale dei diritti d’autore copiare e sfruttare un’idea non è reato. Ma resta il fatto che da un punto di vista etico è un’operazione che fa schifo. Spero che in un’altra occasione io possa raccontarvi, ad esempio, di casi clamorosi di plagio come Dieci piccoli indiani, il giallo più famoso della storia, quello scritto da Agatha Christie che sfruttò l’idea di una giallo scritto anni prima da due giornalisti americani, poi misteriosamente scomparsi! Per tornare a noi, posso precisare che i quattro scrittori sono italianissimi, mentre le case editrici non sono romane. Per esigenze di racconto ho ambientato la storia a Roma solo perché sognavo e continuo a sognare che un giorno dal mio libro verrà tratto un film. Potrei citare i quattro romanzi in cui venne sfruttata la mia idea, potreste leggerli e, senza conoscere il mio, quello che inviai alle quattro case editrici in visione, voi direte: ma sono andati tutti e quattro ad un corso di scrittura creativa ed hanno svolto un tema? La mia penna si è trasformata in una torcia della giustizia, implacabile, ed ha acceso il fuoco sotto i quattro autori. Nella vita sono un pacifico pensionato che sorseggia un buon bicchiere di falangina sull’isola Tiberina, là sul Tevere dove le onde scendono impetuose, in attesa che i cadaveri dei quattro vengano trascinati dalla corrente del fiume. Già ne sono transitati tre: sono in attesa del quarto. Soltanto dopo quest’ultimo passaggio, la mia penna potrà riposare in pace.

La cattedrale dei pagliacci contiene una forte critica al mondo editoriale contemporaneo, la situazione è realmente così o più rosea (o più buia)?


Direi sicuramente più buia. Prima le case editrici avevano a che fare con un piccolo battaglione di scrittori, ogni anno arrivavano alle case editrici circa cinquantamila dattiloscritti, c’erano dei lettori – spesso esterni alle case editrici – che li leggevano e poi emettevano un giudizio; per questo lavoro percepivano trentamila lire. Quasi sicuramente nel mio caso furono i quattro lettori delle case editrici, a cui avevo inviato il mio dattiloscritto, che lo trovarono buono e lo passarono ai loro autori preferiti affinché ci ricavassero dei bestsellers. Adesso le cose sono peggiorate. Il battaglione di scrittori italiani è diventato un esercito sterminato, quasi quattrocentomila dattiloscritti l’anno. Le case editrici non sanno più cosa fare; di agenzie letterarie ce ne sono pochissime, la maggioranza protese solo a spennare i malcapitati sognatori; stanno nascendo a iosa case editrici a pagamento, quelle serie non sanno più a chi dare i resti, le medio-grandi non accettano più in lettura i dattiloscritti, pubblicano solo attraverso canali di amici, il valore letterario d’un libro non conta più niente, quello che conta è l’autore, chi è nella vita, se è un personaggio conosciuto. Tutto questo accade nella nazione dove si legge di meno nel mondo. Le case editrici, inoltre, non pagano mai gli autori, tranne rarissimi casi. Scrivere un romanzo in Italia e volerlo pubblicare è pura follia.

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Sia nei suoi romanzi storici che in quest’ultima fatica la donna è la chiave di tutto. Cosa vede dietro alla figura femminile?


In principio fu la donna. Non posso non tener conto di questa scoperta scientifica: all’inizio la specie umana contava soltanto sulla figura femminile, l’incidente di percorso (il maschio) ancora non c’era. Poi l’evoluzione/involuzione produsse il maschio, ma per parecchi millenni fu sempre la donna a guidare la nostra specie, e fu un mondo di pace. Poi ci fu l’avvento del maschio: è come se un essere umano avesse deciso di amputarsi una gamba, e il maschio ha proseguito zoppicando, rinunciando a correre, a volare, rinunciando all’apporto della donna, per poter proseguire nella sua spaventosa avventura di guerra. Non so se c’è ancora tempo per salvare la nostra specie: se brilla qualche favilla di speranza, essa è affidata alla donna, la donna che conquista i posti più importanti per la guida del nostro pianeta, per salvarlo dalla catastrofe ecologica e morale in cui l’ha spinta il maschio da millenni e millenni. Per questo ogni mio romanzo è dedicato alla figura d’una donna, una donna che se lasciata libera di guidare una scuola, un esercito di schiavi o un’orchestra sinfonica può mutare il corso della storia umana.

Cinema e scrittura quali sono le affinità?


Per me scrivere un romanzo è come la composizione d’una sceneggiatura cinematografica: uso quasi sempre la prima persona al tempo presente, il protagonista in realtà ha una telecamera impiantata nella mente con un occhio digitale in mezzo alla fronte. Il mio romanzo in pratica è un film. Non esprimo quasi mai i giudizi dell’autore, ma lascio che i miei personaggi compiano delle azioni attraverso le quali si capisca il loro pensiero, il loro programma, lo scopo che vogliono raggiungere. I dialoghi sono pezzi teatrali e cinematografici: uno sguardo freddo fa capire lo stato d’animo che si cela dietro quell’occhiata.

Come mai la scelta di pubblicare in digitale la seconda edizione?


Il giovane editore delle “Edizioni di Karta” Alessio Pia si è innamorato de La cattedrale dei pagliacci, e lo ha voluto pubblicare. Ed io ne sono felice perché penso che soprattutto i giovani potrebbero trovare nella nuova forma uno stimolo per la lettura.

La cattedrale dei pagliacci è disponibile per l’acquisto su Ibs a 3,99 euro. Qui, invece, trovate la recensione dell’opera.

 

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1 Commento

  1. “Scrivere un romanzo in Italia e volerlo pubblicare è pura follia.”.. vero, questo vale tanto per l’autore quanto per la casa editrice che ancora crede nella seria editoria. Parola di editore/autore

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