I gladiatori: vita, morte e spettacoli nelle arene di Roma

Ave Caesar, morituri te salutant. I gladiatori erano degli sportivi eccezionali. Si preparavano all’esibizione nell’arena in modo totale, esclusivo. Di fatto, mangiavano solo per combattere, dormivano solo per combattere, facevano sesso solo per combattere. Vivevano solo per combattere. E come venivano ricambiati? Ad alcuni le folle adoranti decretavano il successo. Ad altri – quasi tutti gli altri, tranne quei pochi eletti – dal giudizio degli spettatori dipendeva la vita o la morte. Pollice recto era la salvezza, anche se poi gli toccava affrontare un nuovo avversario e sfidare un nuovo verdetto qualche ora o giorno più avanti. Pollice verso era una lama nella gola.

Occorre però cancellare diversi stereotipi, che tradiscono la realtà storica, secondo Christian Mann, autore per il Mulino di un agile saggio, I gladiatori (Universale Paperbacks, 140 pagine, 12 euro).

Certo, i combattimenti erano uno spettacolo crudele e nel corso di sette secoli videro perire molte migliaia di guerrieri. Ma non si pensi a carneficine di massa, restavano duelli regolati da norme precise e controllati da giudici. Non si cercava un brutale spargimento di sangue, ma scontri di alto livello tecnico. I più ammirati erano i gladiatori che avevano la meglio sui loro avversari senza ucciderli. Da superare anche la visione che i giochi servissero a distogliere la plebe dalla politica. Al contrario, nell’anfiteatro il popolo aveva un ruolo e poteva influire sulle decisioni del sovrano, se non altro sulla vita e morte dei vinti.

Solo in epoca romana e mai più – a parte qualche romanzo o film di fantascienza – si sono celebrati spettacoli gladiatorii. L’arena, tuttavia, era un luogo di violenza non gratuita, ma abilmente controllata e per pubblico si intende l’intera società di allora. Sugli spalti si ritrovavano tutti, dai Cesari all’ultimo plebeo della Suburra, finanche gli schiavi. E tutti si godevano lo spettacolo, sebbene la stratificazione sociale risultasse vistosamente evidenziata. Nelle prime file erano presenti i ceti più elevati, mentre chi aveva un rango inferiore doveva accontentarsi di posti più lontani dalla scena.

La storia rivista e corretta

Non proprio e non esattamente panem et circenses, quindi. Semmai, teatro e circo. Gli spettacoli teatrali (ludi scaenici) e le corse di carri (ludi circenses), pur sempre giochi (quello significa ludus, in latino) erano collegati e si tenevano in date annuali fisse, dedicate a una divinità: a settembre i ludi Romani, sacri a Giove, a novembre i Plebeii, in onore di Cerere, a luglio gli Apollinares. In particolari occasioni si aggiungevano eventi organizzati, ad esempio per il rientro di un condottiero vittorioso o i funerali di personaggi importanti. I ludi si svolgevano in strutture provvisorie di legno, fino al 55 a.C., quando venne edificato in pietra, il teatro di Pompeo nel Campo Marzio. Fino a quel momento, i senatori avevano evitato che una costruzione potesse dare prestigio a chi l’avesse fatta realizzare.

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Le forme di spettacoli pubblici richiamavano folle come nessun altro evento. L’offerta teatrale comprendeva tragedie e commedie, derivate dalla tradizione greca, anche se il popolo apprezzava i generi teatrali italici, il mimus (la rozza versione di un adulterio e delle sue conseguenze, con improvvisazioni a forte connotato sessuale) e il pantomimus, coreografie di un ballerino che impersonava vari ruoli, mentre un coro descriveva in versi l’azione. I giochi più importanti erano le corse di carri, le bigae (una coppia di cavalli) e le spettacolari quadrigae (quattro cavalli) che richiedevano grande forza e abilità. A Roma il Circo Massimo venne completato nel 103 d.C. Lungo 600 metri e largo 140 (compresi gli spalti), poteva accogliere almeno 150.000 spettatori. Non mancavano combattimenti di pugilato e naumachie, battaglie navali ricostruite in bacini naturali.

La fine dei giochi

Anche le ragioni della fine della tradizione dei giochi vanno rilette. Non la semplice conseguenza della caduta dell’impero romano, non un presunto rinsavimento collettivo, con l’abbandono di pratiche pubbliche brutali. Più di un fattore storico, influì la religione: l’affermazione del cristianesimo. La possibilità dell’uomo di decidere della vita di un altro uomo (con la missio, il pollice recto) contrastava con il ruolo esclusivamente divino delle decisioni sull’esistenza umana. Non ci si poteva sostituire al Signore.

I gladiatori di Christian Mann è disponibile per l’acquisto su Ibs a 10,20 euro.

 

Autore: Krauss

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