MICHELE VITERBO ‘PEUCEZIO’ 1943 – 1945

MICHELE VITERBO 'PEUCEZIO' 1943 - 1945

MICHELE VITERBO ‘PEUCEZIO’ 1943 – 1945

La resistenza secondo uno che andava d’accordo con nessuno

Una data, sotto una copertina provata dagli anni: 4 agosto 1943. Un titolo: “Diario di un italiano che non va d’accordo con nessuno”. L’autore è un cronista e scrittore pugliese, si firmava Peucezio. I suoi appunti nel biennio finale della seconda guerra sono diventate un libro (Michele Viterbo ‘Peuceozi’, “1943-1945. Diario”, Lupo Editore 2013 Copertino-Lecce, 430 pagine). Il manoscritto è stato rinvenuto nell’archivio personale qualche mese dopo la scomparsa, nell’autunno 1973. Ora è andato in stampa, a ricordare patimenti ed eventi del Regno del Sud, insieme ad alcune fotografie e alle lettere inviate ai coniugi Viterbo dal maresciallo Badoglio, nello stesso periodo.
Nell’estate 1943, Michele annotava fatti e riflessioni che oggi consentono di seguire due anni di guerra quasi in diretta. Una sequenza di ricordi tragici, la cronaca in soggettiva, fortemente emotiva, di un italiano scomodo, perché attento alle miserie di un’Italia stremata dalla guerra. “Forse queste note non saranno mai lette, ma metto quasi ogni giorno le mie impressioni sulla carta, cui affido le notizie che raccolgo e che cerco di controllare come meglio è possibile”.
Nell’apprendere che i tedeschi hanno sequestrato 40mila paia di scarponi nuovi in un deposito militare italiano a Napoli, reagisce con indignazione. Pensa alle scarpe rotte, ai piedi nudi dei fanti in Africa. Perché lasciare che i nostri si trasformassero in straccioni, se i materiali non mancavano del tutto? E in Russia, i sovietici trovarono magazzini italiani pieni di stivali foderati e cappotti di pelliccia, mentre le truppe in linea congelavano.
Maggio 1945, l’Italia è liberata, ma gremita di soldati stranieri. Trieste in mano ai partigiani slavi, i francesi si infiltrano sempre più prepotenti in Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. “Dove andiamo?” protesta Viterbo. Gli appunti coprono il biennio della transizione dal da fascismo alla democrazia e mostrano la tensione verso il nuovo, ma rivelano anche l’apprensione per il destino di un Paese sconfitto. Viterbo temeva che i vincitori volessero spartirsi un’Italia debole, ma non disperava in un riscatto degli italiani. Il 26 aprile 1945, mentre la radio annunciava che i partigiani stavano liberando le città del Nord, aveva salutato “una grande vittoria italiana, tanto più che gli anglo-americani sono ancora a 110 km. da Milano, a 150 da Torino. È l’Italia che scaccia da sé i tedeschi, come tante volte nella sua storia ed è un’indiretta risposta alla nostra esclusione da San Francisco. L’Italia si batte, risorge, si libera con le sue mani e col valore e l’eroismo dei suoi figli. Dunque è viva”.
Mentre nel 1945 si avviava a San Francisco la prima conferenza delle Nazioni Unite, l’angoscia lo porta a chiudere il diario, per sempre. “Ogni parola è vana dinanzi a ciò che accade. Si scrive, sui giornali, di un movimento clandestino fascista. Altra pazzia. Penso che la Monarchia dovrebbe essere accantonata e il Paese si dovrebbe raccogliere in silenziosa disciplina in un programma di lavoro, di sacrificio, di comprensione. Si dirà che questo non è possibile data l’indole degli italiani e la discussione sulle responsabilità della sconfitta. Ma queste sono di tutti, a che vale recriminare? Bisogna unirsi e lavorare”.

Autore: Krauss

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