LE RAGIONI DELLA POESIA

LE RAGIONI DELLA POESIA

LE RAGIONI DELLA POESIA

Andavo alle scuole medie. Ricordo la mia insegnante di italiano darci alcuni temi da fare a casa. Si trattava di composizioni libere, potevamo cioè dare libero sfogo alla nostra fantasia. Cominciai a svolgere questi esercizi come tutti i miei compagni di classe, raccontando storie piene di divertenti avventure, poi cambiai.

Non so per quale ragione ma iniziai ad adottare uno stile più sintetico, ad esprimere i miei racconti attraverso qualcosa di molto simile a dei versi. L’insegnante rimase entusiasta e i miei compagni riconobbero la mia particolare dote. Dopo un pò di tempo, tuttavia, mi venne chiesto se potevo ritornare ai vecchi e lunghi temi avventurosi, per rispetto verso gli altri studenti…

Questo episodio sporadico si ripetè alla fine del liceo, quando la professoressa di spagnolo decise di mettere alla prova i nostri progressi con la lingua mediante delle composizioni poetiche. Ne scrissi varie. Anche in questo caso colsi di sorpresa l’insegnante, la quale mi confessò che avrebbe conservato le mie liriche, poichè fra tutte, erano quelle che più l’avevano colpita.

Non sono mai andato a investigare se le avesse in seguito tenute oppure no, ma poco importa, versi perduti

Nei primi anni dell’Università iniziai ad avere una forte attrazione per la parola. Trovavo in essa sicurezza, controllo, armonia. La parola, lentamente, a piccoli passi, incominciò a divenire il mio personale mondo.

Fu un documento Word lo strumento che diede impulso a tutto. Scrivevo, appuntavo, usavo le parole su questa tavola bianca, luminosa. Parole per dare i nomi ai mesi, come fossero i capitoli di un libro, in base a quello che accadeva nella mia vita. Parole per cantare i miei innamoramenti, e per definire i miei stati d’animo. Parole insieme ad altre parole per cercare qualcosa di cui ancora non conoscevo la forma.

Così, passarono i mesi, gli anni; quelle antiche pagine Word, ora, erano divenute un mondo. Ma mai, nemmeno per un secondo, avevo pensato di poter essere un poeta.

Lungo il cammino universitario incontrai un esame che mi avrebbe cambiato per sempre: filologia italiana. Il tema sul quale si incentrava era l’Allegria di Giuseppe Ungaretti, nelle sue tre edizioni. Scoprì così il mio Maestro. I suoi versi, per me, furono luce pura. Ricordo, che tenevo gelosamente un plico enorme di fogli, tutti insieme racchiudevano questa magnifica opera.

Soprattutto le sue prime poesie, quelle del Porto sepolto, più scarne, essenziali, rispetto alle altre, costituite da brevi versi, eppure, così irraggiungibili, furono la scintilla che diede vita alla mia ispirazione.

Di fronte a tale bellezza, riconobbi uno stile, una maniera di utilizzare la parola, di intendere la poesia, e un segreto di fondo, nascosto quanto imprevedibile; riconobbi una mano tanto meticolosa, lavoratrice, accordatrice; riconobbi questo e altro ancora. Infine, vidi me stesso.

Aprì le mie pagine Word, lessi, contemplai; quindi mi dissi, senza alcuna presunzione, che se lui era riuscito a scrivere quelle liriche, avrei seguito la medesima strada. E non solo, il mio stile sarebbe stato ancora più azzardato. Avrei fatto scomparire tutti i segni di punteggiatura, ad eccezione di uno: il punto interrogativo.

Una delle cose che più mi affascinarono di Ungaretti fu il suo labor limae, il lavoro attento e costante attorno alla parola.

Credo non esista forma d’arte che più si avvicini alla poesia quanto la scultura. Io penso alle poesie come pietre, che il poeta/artigiano scolpisce, lima, aggiusta, in un processo estatico ed estetico che culmina, nella maggioranza dei casi, con la creazione di un’opera d’arte. Eterna come la pietra. E alla quale sempre segue la domanda del poeta/scultore: come ho fatto?

Il poeta non è altro che la mano, la penna, un corpo e una mente ricettivi, un’antenna che si dirige nella volta poetica. Cosa contenga, questo luogo, dove si trovi o chi ne diriga i fili, tutto questo costituisce il segreto. Che poi si tramuta nel segreto poetico delle parole.

A molti sarà capitato di sognare, dormendo, posti e paesaggi mai visti prima, irriconoscibili, eppure così famigliari. Forse questi luoghi esistono dentro noi stessi e a modo suo l’inconscio di ognuno li rappresenta in una determinata maniera. O forse li abbiamo visitati realmente, forse, in un’altra vita.

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La poesia con i suoi versi costituisce la sorgente dove il poeta, il lettore, e la Poesia si incontrano intimamente, della quale solo poco prima non se ne conosceva l’esistenza.

Ma la poesia è anche un talento, che va affinato. E una volta che si manifesta, si trasforma in una chiamata, una strada da percorrere, una dote scintillante dell’anima.

La poesia non si trova mai troppo lontana dal poeta, nemmeno troppo vicina. Sta al poeta dosare i gradi di chiusura della propria personale porta.

Quando lei arriva (questo non è quasi mai dato saperlo) i segnali sono improvvisi e s’integrano rapidamente con una possessione che durerà per tutto il processo poetico. Questa abbandonerà il poeta lasciandolo occupato in una contemplazione artistica, quindi, infine, limando gli angoli della sua nuova scultura.

Ungaretti disse in una famosa intervista del 1961: La poesia è poesia quando porta in sé un segreto (…) anche la poesia che pare semplice è una poesia che contiene un segreto (…). Lo fece parlando Mallarmé, della sua poesia “oscura”, e riferendosi a Leopardi, in particolare alla Primavera, e alle moltissime sfaccettature di significato delle parole di cui è composta.

Semplici parole che rimandano a diversi sensi, immagini. Differenti luoghi.

Impiegai molti anni per pubblicare Leunam, la mia prima raccolta del 2011. In realtà, da quel mio zibaldone virtuale, estrapolai alla fine solo alcune liriche.

Durante questo lungo periodo la poesia fu per me un qualcosa di straordinariamente forte, il quale, senza avviso, senza che l’aspettassi, nei momenti più inaspettati, veniva a farmi visita, bussando.

La porta della poesia a quel tempo si trovava chiusa; la mia presa di coscienza artistica non aveva ancora raggiunto un completo sviluppo. Fu con il termine della scrittura di Leunam, che quella personale porta, si spalancò totalmente.

Poi, con gli anni, oltre a Ungaretti, imparai ad amare le vette altissime di Baudelaire, la bellezza di Montale, i quadri di Caspar David Friedrich, il classicismo.

Manuel Paolino 

Autore: Manuel

Manuel Paolino nasce nel 1977 a Trieste, dove nel 2005 si laurea in Lettere Moderne, specializzandosi in seguito attraverso un Master nella critica cinematografica. Il suo amore per la poesia, nato proprio ai tempi dell’Università, lo ha portato ad essere selezionato ed inserito con le sue liriche in ventisei antologie poetiche. Ha pubblicato tre raccolte, tutte con la Midgard Editrice: nel 2011 Leunam, nel 2013 Prima del crepuscolo, nel 2014 Calipso, libro quest’ultimo che include anche il suo saggio dal titolo Le ragioni della nuova poesia pura – Dinamiche poetiche di un’opera. Nel 2012 Leunam ottiene l'assegnazione del 3° posto nella sezione “poesia ermetica” del Premio Nazionale di poesia edita Leandro Polverini, mentre nel 2014 Prima del crepuscolo riceve una Segnalazione di Merito all’XI Premio Letterario Nazionale Voci - Città di Abano Terme. Sillogi e componimenti del poeta triestino hanno conquistato inoltre altre Segnalazioni e Menzioni, e vari Riconoscimenti.

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1 Commento

  1. Sottolineo che questo saggio da me pubblicato e’ la prima e parziale stesura di Le ragioni della nuova poesia pura. Dinamiche poetiche di un’opera. Al suo interno mi preme correggere due cose: quando parlo del Porto sepolto di Ungaretti e definisco le sue liriche “scarne ed essenziali”, in realta’ e’ questa una caratteristica presente in tutta L’allegria. La scarnificazione del verso presente nella prima raccolta ungarettiana e’ dovuta senza dubbio anche all’esperienza della guerra vissuta dal poeta. Questo stile si estende poi a tutta l’opera in questione.
    Successivamente quando parlo dei segni di punteggiatura, sono questi nella loro totale assenza un tratto comune tra la mia opera e L’allegria, non un discostarsi.

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