Masterpiece o Masterchef?

masterpiece o masterchef

Prima che giunga il momento della finale di Masterpiece, questo fenomeno assolutamente unico e innovativo dove per la prima volta i protagonisti, anziché sfidarsi a suon di prelibatezze culinarie e fantasiosi manicaretti, usano “le parole”, vorrei aggiungere anche la mia modestissima opinione alle migliaia che già hanno affollato giornali e social network, alcune assolutamente detrattorie, altre entusiastiche come nella migliore tradizione del nostro paese.

I sostenitori di questa trasmissione ne apprezzano l’intento di portare su una piattaforma assolutamente inusuale come la TV, i libri e la scrittura o in qualche maniera la lettura, anche grazie ai giudici, autori di chiara fama come Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo, Taye Selasi, forse gli unici veri protagonisti della trasmissione. Spicca la figura dello scrittore emergente, spesso incompreso, perennemente schiacciato tra la vita “reale” e la sua bruciante passione, e la rincorsa al miraggio, il barlume di speranza del mirabolante premio finale: la tanto agognata pubblicazione da parte di uno dei colossi dell’editoria Italiana (Bompiani) del manoscritto inedito che con l’appropriata pubblicità, invaderà il mercato e ogni pertugio di tutte le librerie nazionali.

I detrattori del format non si sono fatti attendere ovviamente. Le accuse sono tra le più svariate, dalle critiche all’eccessivo protagonismo dei giudici, alla capacità dei partecipanti, alle “mission” richieste…

La mia opinione? Come per la maggior parte delle cose ho provato a farmi un’idea che fosse solamente mia al riguardo. Perciò non sindacherò sull’orario della trasmissione (per quanto possibile), sullo spessore culturale della stessa, sull’aspetto curato o meno dei giudici né tantomeno, per ovvi motivi di solidarietà, sulle doti dei partecipanti, sul loro stile, sulla loro creatività… esistono altre persone, sicuramente più preparate di me dedite a simili valutazioni. Io mi soffermerò sul lato emotivo, come sempre. Perché quello è l’aspetto che per natura sono portata a cogliere, quello è ciò che io ricerco e apprezzo (oppure no) in ogni cosa.

Confesso di non aver visto tutte le puntate ma solo un paio, non ricordo i nomi dei partecipanti e non ho una preferenza per nessuno di loro in particolare. Diciamo pure che la messa in onda seconda serata non aiuta e a dirla tutta… si potrebbe trovarla lievemente offensiva. È come se si volesse dire: “bè tanto quelli interessati alla scrittura quanti mai saranno?”. So che l’ultimo episodio è andato in onda in prima serata e sarà così anche per la finale che cercherò di seguire, Peppa Pig permettendo! Eh sì perché quando si vive con un piccolo despota di tre anni, la TV del soggiorno diventa un simpatico e ingombrante accessorio da spolverare occasionalmente e la maggior parte dei programmi per “i grandi” diventano qualcosa di cui si sente solo parlare.

Ritornando al titolo, ovvero se sia meglio Masterpiece o Masterchef… per fare un po’ il verso a chi già prima di me ha posto a confronto questi due mondi apparentemente così lontani (la scrittura e la cucina) spesso e volentieri per innalzarne uno a discapito dell’altro rispondo: tutti e due. O nessuno dei due… dipende dal punto di vista che scelgo. Partecipante o spettatore?

In entrambi i casi ho provato con un piccolo sforzo d’immaginazione a calarmi nei panni del concorrente. Il risultato è stato tragico. Penso che la scrittura sia un gesto intimo, qualcosa di estremamente privato che tocca le corde più sensibili del nostro animo e credo che per far uscire quanto di più bello e prezioso un autore abbia da donare, ci vogliano determinate condizioni. Riflettori, gente che guarda e minuti contati… no, direi che non sono proprio le condizioni ideali. Per non parlare dello stress, della pressione, del dover “rendere”. Sono tutte cose più legate allo sport o al mondo della scuola piuttosto che a quello della scrittura. No. Sarei decisamente il peggior concorrente del mondo. Già la parola concorrere la sento nemica. Ha più a che fare con la guerra che con il semplice, puro, piacere dello scrivere. Apprezzo lo sforzo del voler trasportare il mondo del libro in TV ma credo che questo territorio sia incompatibile con l’atto stesso della scrittura.

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Mi sono immedesimata anche nella versione culinaria del programma. Decisamente più affermata nel mondo (ce ne sono varie edizioni e la mia preferita è quella australiana) e già ampiamente collaudata. Masterchef a cui Masterpiece fa l’occhiolino fin nel nome, è addirittura più ansiogeno per quanto mi riguarda. Se da una parte i poveri concorrenti devono spremersi le meningi e partorire il meglio che la loro creatività letteraria gli consenta in quei pochi minuti, dall’altro lato indiavolati cuochi (esperti e non) corrono come invasati all’arrembaggio di dispense cariche di ogni più sontuoso prodotto (talvolta un po’ troppo crudele per i miei gusti, ma purtroppo ancora non hanno inventato vegan-masterchef!) e precipitarsi ai fornelli, con tanto di sudore che gocciola dalla fronte per la tensione, ticchettio degli inesorabili timer e pezzi di dita che immancabilmente vengono sacrificati sull’altare d’acciaio pur di raggiungere il sogno di essere “il migliore di” il primo della classe, il più talentuoso… il cibo diventa un nemico, i destinatari del piatto sono tre giudici implacabili che  se va bene, snocciolano un mezzo sorriso, ma se non gradiscono scagliano il malcapitato piatto dritto nella pattumiera…

Per quanto io ami la cucina e invidi profondamente la maestria dei grandi chef, non potrei mai sottopormi ad una simile violenza! Me ne starò al sicuro nella mia cuccia, a scrivere sul mio pc quando il bimbo dorme e il marito torna tardi dal lavoro, o tra le pentole e le padelle della mia cucina, con il forno che non mi tradisce mai e con un giudice piccolo piccolo che al massimo, mi chiede della cioccolata se quello che ho preparato proprio non gli piace.

Quindi mi tengo il ruolo dello spettatore e come tale apprezzo sia la creatività e l’innovazione di Masterpiece che l’energia di Masterchef, pur trovandomi in contrasto con l’idea del talent letterario che vorrebbe svelare i misteri e i retroscena celati dietro il processo creativo di un romanzo, poiché credo che le ragioni di un autore, talvolta, debbano rimanere note a lui soltanto.

Autore: Mélina Airoli

Sono nata a Roma, ma sono sarda e ho vissuto ad Alghero dall’età di un anno fino alla conclusione delle scuole superiori (i geometri, ahimè, scelta totalmente errata, lontana dalle mie inclinazioni e passioni). Nel 1999 mi sono trasferita a Venezia per frequentare lo IUAV dove ho conseguito la laurea in SIT. Questa bizzarra città è diventata ormai la mia casa, poiché qui vivo insieme a mio marito Samuel, violinista presso il Teatro La Fenice, al nostro Daniel (piccola peste nata nel 2010) e a due feroci felini: Manon e Calcifer. Amo gli animali dacché ho memoria di me. Sono vegana da circa dieci anni e il mio unico rimpianto è non aver cominciato prima.

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