Dunkelwort di Federico Federici

“Dunkelwort” di Federico Federici (Uhu Bücher, 2013)

“Dunkelwort” di Federico Federici (Uhu Bücher, 2013)

A poco più di un anno da lùmina (archivio apocalittico farsesco) (La Camera Verde, 2012), Federico Federici dà alle stampe questa plaquette dal respiro europeo, con una chiara apertura a differenti aree linguistiche, francese e tedesca soprattutto.

Difficile trovare una continuità con analoghe linee di ricerca nella poesia italiana di questi anni, nella quale risulta invece netta la demarcazione tra testo originale e traduzione, spesso opera di terzi. Come giustamente osserva Giancarlo Rossi, in una nota riportata sul blog dell’autore, volendo azzardare un accostamento, più legato alla predilezione per certe atmosfere rarefatte, quasi mistiche, che allo stile, si potrebbe citare la poesia del primo Novecento di Stefan George.

A differenza di quanto già sperimentato in Requiem auf einer Stele (Conversation Paperpress, 2010), in questo lavoro le lingue concorrono tutte a definire un unico oggetto del discorso, non in forza di un travaso di senso dall’una all’altra, ma per libere e ripetute variazioni sul tema: il dualismo parola-oscurità si costruisce intorno a un nucleo ristretto di termini scelti e ricorrenti, spesso accostati, per opposizione o affinità, in forma di binomi: spazio-tempo, vuoto-specchio, terra-silenzio, nome-pietra e altri. Federici sfrutta così, sin dal titolo (Dunkel + Wort), le molteplici possibilità offerte dal tedesco di costruire “fisicamente” neologismi, combinando tra loro termini diversi, con esiti talvolta spiazzanti e mai artificiosi.

L’intera raccolta sembra aver trattenuto molto dei viaggi in Germania negli inverni tra il 2007 e il 2011. La vastità della tenebra che si dipinge su vetri, finestrini e specchi, e risale la terra nuda dei campi verso la città, per avvolgerla in una notte ultraterrena, coincide con la vastità interiore del viaggio che inghiotte gli spazi attraversati, dilata i pochi centimetri di un davanzale sino alla dimensione dell’Universo.

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Alcuni elementi rivelano la tensione permanente dei corpi nella matrice del tempo: bocca, occhio, solco, per citare i primi, sono altrettante fratture, superflui residui biologici o meccanici di uno scavo che non riesce ad essere definitivo e a mettere in comunicazione questa e l’altra parte di un muro, della terra, dell’uomo. Leggendo la nota introduttiva a firma dello stesso autore, si ha l’impressione che certe parole chiave siano sopravvissute nei testi come sovrimpressioni originali di una pellicola, che né il tempo, né la strenua lavorazione del verso hanno rimosso.

La città-mondo, città in rovina tra le macerie della contemporaneità (Berlino? Monaco? Francoforte?), segnalata dall’intermittenza di schermi e tabulati elettrici, annunciata da cavi dell’alta tensione che prendono il posto dei rami, diventa via via un bosco fittissimo e perenne, figura e deriva di un viaggio intrapreso da un punto certo (Dinkelsbühl) a un altrove indefinito.

Le lingue scoccano nel silenzio, come dardi infuocati nella tenebra, verso un bersaglio vicino o lontano, continuamente mancato dal colpo che, per un attimo, lo illumina, cadendogli vicino o sfiorandolo. Federici insiste così sul tema della parola-schermo del mondo, soffio che (in)forma la cosa che vuol nominare, ostacolo, istanza corporea di tutto, da rimuovere in cerca di qualcosa da chiamare finalmente realtà.
Decisamente singolare, infine, la scelta di lasciare il libro aperto a ulteriori integrazioni e variazioni in tempo reale, slegate dall’idea canonica di ristampa o nuova edizione, rendendo di fatto ogni copia un potenziale unicum.

Domenico Vitali

Autore: Domenico Vitali

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