Intervista a Federico Basso Zaffagno, autore de Il re del proprio mondo

Federico Basso Zaffagno

Federico Basso Zaffagno

Dopo la recensione dedicata la suo primo libro Il re del proprio mondo edito da Genesi, Federico Basso Zaffagno si racconta ai lettori di Recensionilibri.org.

Il re del proprio mondo è il titolo del suo libro. Dunque lei si sente il re del suo mondo?

Ho avuto il privilegio di un editore che ha accolto il titolo che io avevo immaginato per l’opera. Infatti con questa intestazione ho voluto spassionatamente esprimere un conciso manifesto, che anticipasse il contenuto del libro e suonasse in qualche maniera come un invito implicito alle persone raggiunte: Il re del proprio mondo. Già soltanto la possibilità di vivere rappresenta e coincide con il manifestarsi quotidiano di un vero e proprio mondo, tanto interiore che esteriore, di cui noi ci rendiamo forza di gravità: parlo di incontri, panorami, sensazioni, ma anche semplice movimento, verso cui si dirigono i passi e le azioni che facciamo, comunque, volontariamente. In sostanza, quindi, si tratta di accorgersi e accettare l’occasione che il respiro offre a ciascuno, perché esistere ha la responsabilità di non lasciare che sia troppo tardi per capire gli scopi e le cause che caratterizzano una permanenza, senz’altro comune, ma in un luogo grande abbastanza affinché vi sia spazio per esprimere la rispettiva personalità.
Così rispondo affermativamente alla sua domanda e posso farlo in virtù dell’equilibrio che mi è stato regalato dall’attenzione e l’interesse verso la realtà in cui mi trovo, nel continuo bisogno di interpretare gli avvenimenti e le relazioni che uniscono e distinguono gli esseri umani fra loro e rispetto al pianeta, di cui, vantaggiosamente, non sono certo i primi abitanti. Mi preme, inoltre, fare un cenno alla banalità cui mi riferisco nel sottotitolo, quale sinonimo di una retorica che, dominando la scena pubblica, si trasforma in inerzia nell’esperienza degli ascoltatori, che danno per scontata l’immensa bellezza di cui potrebbero circondarsi; la cultura eternamente contemporanea ci ha abituato a proclami di aperture mentali, esclusivamente finché si seguono i canoni dominanti, a cui finiamo per adeguarci nella paura diffusa di stonare nel coro, anche se ciò, più che un canto, è agitare da muti delle labbra che hanno smesso di esprimere sentimenti e avversioni. Non è questione di stupire a tutti i costi e ben lontano da me sarebbe l’intento di giocare con il potere delle parole: molto più concretamente – e penso esemplarmente a proverbi popolari ormai sottovalutati, perché in apparenza troppo evidenti – ho il desiderio sincero che torni a prevalere un giudizio personale, che non si adegua all’imitazione del pensiero unico, sparso a piene mani dalla fama. C’è una citazione che mi piace fare a proposito ed è il verso di una canzone di Lucio Dalla, in cui egli sostiene che “l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”. Ecco, la natura di ciascuno non può essere sbagliata, in quanto viene dall’intimo con cui si convive in maniera più durevole che con qualsiasi influenza esteriore e dato che il benessere non è questione di maggioranza, ma di pace con se stessi.

Come sono nati l’incontro e la passione fra lei e l’aforisma?

Oggi la scrittura aforistica è stata consegnata al margine da una letteratura che tende a fraintendere l’intrattenimento con un consumo che somiglia ad acqua che scorre su un vetro liscio, per passare immediatamente alla distrazione successiva. Eppure la forza della idee non smette di affascinare, come dimostra il fatto di sottolineare sui libri le frasi che lasciano un segno e di citarle tra recensioni, mutui scambi e informazione, oppure di ripetere le battute dei dialoghi di film o i versi di brani musicali, che entrano a fare parte dell’immaginario collettivo. L’aforisma, che lo si voglia chiamare con il suo nome classico oppure definirlo come mera estrapolazione di un significato, è un biglietto di partenza o arrivo per un tragitto, che lascia all’autore, così come al lettore, la possibilità di mettersi in viaggio verso la chiarezza di riflessioni libere. I romanzi spesso sono costruiti intorno a punti chiave, da cui prendono spunto per elaborare tutto un contorno, che prepara o sviluppa il nucleo che lo scrittore desiderava trasmettere o soltanto utilizzare; se, invece, è più immediata la speranza di condividere impressioni, che da private si possono fare manifeste a più occhi, allora diventa crescente l’interesse dell’osservatore per i molteplici aspetti del visibile, rispetto alla pura fantasia di creare storie, anche per una questione di tempo da dedicare a raccogliere e spargere indizi. La sintesi è una conquista almeno pari alla dialettica e come questa può essere o meno universale: di sicuro trovo che nella concisione sia consegnata ai fruitori una quantità maggiore di libertà, in particolare modo di dare altre domande a nuove risposte.

Aforismo.org è una sorta di continuum ideale de Il re del proprio mondo. Perché questa scelta?

Quando si intende dare corso alla scrittura arriva un momento in cui è necessario confrontarsi con l’emergenza della propria immaginazione e mettere la parola fine per mandare un testo alle stampe. Il canale Internet, fortunatamente, viene in soccorso a questo limite necessario, consentendo di mantenere aperta una comunicazione oltre il termine delle pagine e, come dimostra il precedente della carta stampata che non è destinata a morire malgrado l’innovazione della tecnica, si può confidare in un domani luminoso per il mezzo cartaceo, nella fusione e nel rimando con l’ambito virtuale. Desidero considerare che la direttrice non sia univoca, perché qualcuno potrebbe arrivare al libro imbattendosi nel sito, mentre alcuni fare il percorso inverso e decidere che le parole non erano abbastanza e vale la pena confrontarsi oltre. Molte volte, chiusa una lettura che era riuscita a immergermi in passione e intuizioni, ho sperimentato l’amaro in bocca di un dialogo interrotto per scelta altrui; forse il destino di una editoria che quasi vanta più creatori che destinatari risiede in un approccio che raccolga i canali di contatto, come una ruota in cui si alternano le posizioni di coloro che hanno il coraggio di pensare e riflettersi.

«Il cammino di chi non traccia i confini del suo mondo è senza meta». In quale direzione va il suo cammino ora?

Le sono grato per avermi posto una domanda che trae ispirazione da un inciso contenuto ne Il re del proprio mondo a cui tengo specialmente, in quanto racchiude una lezione maturata sul terreno dell’esistenza, che non concede risorse illimitate per infiniti traguardi. Delineato uno scenario, similmente a quando finalmente si prende possesso di una casa sognata, arriva l’aspetto più divertente e impegnativo al tempo stesso, che è quello di continuare a riconoscersi e stupirsi delle scelte fatte, un po’ come arredare durevolmente un contesto. C’è un esempio che esprime efficacemente l’obiettivo di chi si sposta nella sicurezza di tornare al suo centro: passiamo costantemente lungo determinate strade con lo sguardo puntato sulla destinazione, eppure una macchina fotografica sa spingere ad alzare la vista verso attrazioni che c’erano sempre, malgrado fossero i protagonisti a essere assenti. Con ottimismo e buona fede mi voglio fare l’augurio di non rinunciare a essere un turista della vita.

Progetti per il futuro?

Fondamentalmente mi ritengo un ospite del circuito letterario, perché scrivo per non dimenticarmi gli incroci che si attraversano; eppure avere messo una pubblicazione alle spalle mi ha proposto la consapevolezza di sfidare ancora la penna, nell’eterno e illusorio duello che gli uomini combattono per dare un ordine giusto alle frasi. C’è una cartella nel mio computer in cui cerco di alimentare la voce di una spontanea ricerca di senso, nella forma, questa volta estesa, della saggistica. All’infuori della sfera che stiamo trattando, credo sia gradevole, quanto prevedibile, concludere la nostra intervista con un aforisma, che suona all’incirca così: tra i cinque sensi la vista è l’unico a sfamarsi senza avidità, quindi in grado di possedere ciò che prova. Bene, spero di vedere quello che accadrà nel futuro in cui sarò presente.

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