Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra

È forse l’emblema del romanzo cavalleresco nell’immaginario comune e nella storia della letteratura mondiale, eppure ne rappresenta la parodia, il risvolto drammatico di un’esistenza proiettata solo sull’astrazione delle progettualità, sconfessata dalla crudezza della vita. L’unica via di fuga è la follia, che spalanca la porta del dubbio. Il Don Chisciotte della Mancia (El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) di Miguel de Cervantes Saavedra, edito da Newton Compton e disponibile su Feltrinelli.it a soli € 12,66, non ha bisogno di presentazioni, semmai di un approfondimento delle linee semantiche che tracciano il disegno di una complessità espropriata dalle raffigurazioni scolpite in una fittizia memoria collettiva.

Non diasi proverbio che non sia vero, perché tutti contengono sentenze tratte dall’esperienza, madre di tutto il sapere. Verissimo è poi quello che dice: dove una porta si serra, un’altra se ne apre”. L’uso del bizzarro è solo un elemento di superficie, che ha rapito il gusto grossolano della lettura d’intrattenimento, ma è, in realtà, insieme al picaresco, rivelatore di una tragica messa in discussione del realtà. Cos’è ciò che vedo? E ciò che vedo non collima, pur nelle sue mille ambiguità, con la prospettiva dell’altro. Nel periodo storico vissuto da Cervantes e segnato da un ottuso materialismo, così simile, per certi versi, alla nostra contemporaneità,  il pensiero dello scrittore spagnolo spezza le certezze della ragione e conduce all’eclissi dell’ideale, mera chimera incompatibile con l’ego-hic-nunc.

Nel Don Chisciotte della Mancia sorge lo spettro della follia. Dalla divergenza delle prospettive assurge l’impossibilità della definizione assoluta, la tragedia dell’assenza di un punto di riferimento univoco. Tra pensiero e azione un grande interrogativo, risolto nell’arbitrarietà della risposta. Il Don Chisciotte, pervaso dal potere fascinatorio della letteratura, non tenta più di ricostruire un accordo tra realtà letteraria e fattuale. “Ben poche volte, o mai, viene il bene puro e semplice, senza essere accompagnato o seguito da qualche male che lo alteri o lo scompigli”.

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L’incertezza dello sguardo evoca nel lettore uno stato di inquietudine, vissuto nel dubbio di non riuscire più a conoscere l’unico verso sfondo, che determina il significato delle azioni. Qui è decretata la scissione tra atto, nutrito dalla singola progettualità interiore, e intervento manipolatorio sul mondo. È un racconto scritto tutto su un doppio binario. Quello dell’intento realizzato in un esito espresso dallo squilibrio individuale, e quello dell’azione prodotta, dalla quale ne viene desunto l’esito iniziale. Una dinamica costruita per confondere i rapporti temporali, sempre più sottile la soglia tra passato e presente.

Ne diviene simbolo concreto la scelta di articolare la narrazione intorno a due manoscritti diversi, spesso contrastanti e, a tratti, poco attendibili. Cervantes risente delle influenze del barocco, movimento marcato dal diradarsi dei confini che separano la fantasia dalla realtà. “Le cose umane non sono eterne, e vanno sempre verso la declinazione dei loro principi, finché non giungono al loro ultimo termine, e soprattutto la vita degli uomini”.

Il Don Chisciotte della Mancia è un’opera immortale, imperdonabile mancanza per ogni amante della lettura, densa di profondi significati, lontana dalle semplificazioni degli arrangiamenti cinematografici o televisivi. Un’opera da acquistare al più presto, oppure da rileggere. Sempre.

Autore: Iacopo Bernardini

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