Intervista a Marino Alberto Balducci, autore di “Inferno scandaloso mistero”

Inferno rimanda all’attualità della Divina Commedia, non crede tuttavia che natura del classico sia proprio quella di esonerarsi, in parte, della contemporaneità?

Il classico è a mio avviso ciò che nell’arte trascende l’effimero e quindi rimane, come possesso perenne. L’operazione artistica giunge a questo solo se è in grado di toccare e assorbire le essenze più pure dell’essere: essenze universali, sempre costanti nel tempo e nello spazio.
Dante è stato capace di porsi in contatto con un ‘tesoro nascosto’ universale, lo ha rinvenuto, lo ha rivelato. Gli strumenti di questa rivelazione sono comunque, rispetto a noi, strumenti antichi. È antica la lingua della Divina Commedia, è antico lo stile espositivo; inoltre l’insieme dei riferimenti storico culturali e filosofico spirituali danteschi appartiene soltanto in parte all’uomo contemporaneo. Ed è per questo che l’opera, con il passare del tempo, assume caratteri ogni ora più labirintici. In questo libro noi ci possiamo smarrire. Così è per me necessario, come dantista e scrittore, attualizzare quest’opera. Dal mio punto di vista però attualizzare non significa immettere nella Divina Commedia dei contenuti nuovi che abbiano relazione con un insieme di eventi e situazioni del nostro mondo presente. Al contrario, il mio lavoro è ogni volta animato da un profondo rispetto per il significato storico-culturale originario della parola dantesca. Davanti a questa parola mi metto sempre al servizio, la ascolto, la vivo e provo ad assumere il ruolo di emozionale traduttore.

Inferno colpisce il lettore per una capacità evocativa che conserva l’interazione diretta, un dialogo serrato. C’è alla base uno specifico lavoro sulla traduzione delle forme rispetto alla sensibilità di un interlocutore così lontano dall’esperienza dantesca?

Senza dubbio. E in questo senso il lavoro essenziale è opera di radicale immedesimazione col testo antico e i suoi echi in ognuna delle diverse unità tematiche che compongono i canti. Scrivendo la libera versione in prosa contemporanea del Poema, cerco inoltre di uniformarmi modernamente e personalmente a quello che io e l’istituto di ricerca da me diretto in Toscana crediamo essere il segreto della scrittura dantesca: il suo ‘sinfonismo’, la continua concatenazione di immagini e di concetti che si ripetono e si trascendono sempre in un ritmo ternario di tesi, antitesi e sintesi.

Le illustrazioni curate da Marco Rindori, oltre ad aggiungere valore artistico all’opera, richiamano la forte natura simbolica del fronte figurativo?

Tutto il programma iconografico rappresentato dalle centocinquantacinque illustrazioni di Inferno sviluppa un progetto di una precisa identificazione visiva dei principali simboli danteschi che rappresentano il nostro viaggio nella coscienza e nella sua malattia. Il segno michelangiolesco di Rindori ha certo funzioni maieutiche: aiuta a ‘partorire’ dei significati, ci spinge ad interrogarci, alla ricerca di un nostro itinerario di liberazione che è in fondo basato su degli elementi nascosti, fa loro concatenati in immagini ben percepibili e dunque ben descrivibili. Le illustrazioni di Inferno hanno un carattere psico-suggestivo e includono spesso esempi di arte gestaltica ed anamorfica: immagini dentro alle immagini per più livelli di osservazione, in un percorso che stimola il senso della ricerca interpretativa e della scoperta individuale.

Perché proprio l’inferno fra le tre dimensioni ultraterrene?

Il mio romanzo fa parte di un programma più vasto, che il nostro istituto ha definito in passato ‘CRA-INITS Divine Comedy Project’, ed è la prima parte di una trilogia ancora incompleta che prevede anche una libera versione in prosa del Purgatorio e del Paradiso. La volontà è quella di ripercorrere l’intero itinerario ultraterreno dantesco. Al momento sto lavorando al secondo volume.

Nella sua opera sono numerosi elementi di richiamo alle radici della cultura occidentale, crede invece che la Divina Commedia rappresenti un universale del sapere umano?

La Divina Commedia rappresenta una sintesi piena della cultura pagana greco-latina e della cultura medievale cristiana che in essa si incontrano e iniziano un lungo dialogo, come è poi quello simbolico fra il grande poeta Virgilio e il nostro autore smarrito il Pellegrino. In questo senso il passato, che è pre-cristiano e apparentemente anti-cristiano, diventano amici. È questo il primo atto di tutta la nostra grande avventura rinascimentale europea che apre le porte al concetto di modernità, in cui la libera estrinsecazione di tutte le potenzialità intellettuali e pratiche dell’individuo non è più vista in contrasto con il cammino di fede e di liberazione spirituale della coscienza. Le radici della cultura occidentale sono classiche e cristiane. In questo senso il libro di Dante mostra un modello fondamentale: è invero l’archetipo, il principale punto di riferimento di questa nostra cultura moderna, come del resto lo sono stati i poemi omerici per la Grecia antica e poi l’Eneide per Roma e per il suo impero. Noi non dobbiamo dimenticarci comunque che la Divina Commedia (così come è detto nella famosa Epistola a Cangrande) ha un suo profondo scopo primario, che è etico e psicologico, invero universale. L’opera è scritta per tutti gli uomini, di ogni cultura e per strappare ognuno di loro all’angoscia del nostro vivere, incoraggiando un cammino complesso — pericoloso ma pure identificabile verso la gioia perfetta, la piena soddisfazione del desiderio. Questo è il valore universale del libro di Dante che non finisce mai di convincere e di stupire e poi anche di affratellare. La mia esperienza può dare una piena testimonianza di questo attraverso i risultati dei miei insegnamenti danteschi a studenti di fede islamica ed induista presso la Jamia Millia Islamia University e la University of Delhi. La grande apertura della visone spirituale dantesca ha potuto infatti permettermi in India di fare comprendere come il Cristianesimo, che è essenzialmente dottrina d’amore, non abbia mai davanti a altre fedi valore esclusivo, bensì accogliente, inclusivo. Non è negazione del resto. Semmai… è conseguenza e completamento.

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Qual è il messaggio filosofico che lei ritiene più moderno nella rilettura dantesca?

Io credo proprio che questo sia appunto lo ‘scandaloso mistero’ del titolo del mio romanzo. Ed è un mistero nascosto dentro l’inferno che condiziona l’intero itinerario dantesco: si lega in fondo all’idea che il male sia una menzogna, un vuoto mascheramento dell’unica essenza che è il Bene e che trascina. Dante, ci mostra che il demoniaco è percorribile ed è attraversabile. L’inferno è come una gabbia che noi chiudiamo, perversamente, col chiavistello dal di dentro. Ma lui oltrepassa l’inferno, il Pellegrino. E poi converte un’incredibile energia maligna in una pura forza d’amore, quella che spinge fino alle stelle. Questo è davvero il nostro destino: riuscire a compiere la conversione dei segni. Ed è la grande alchimia che poi ci chiama al cimento e che produce il nostro oro interiore, la gioia di una completa soddisfazione. Dante ci insegna a curare l’anima. In questo senso davvero il suo Poema per noi rappresenta anche un trattato simbolico di psicoanalisi ante litteram. In questo senso il poeta è stato un pioniere originalissimo e, per molti secoli dopo di lui, nessuna mente ha provato a affrontare un simile esame della coscienza in maniera così dettagliata. Credo che proprio su questo la modernità dovrebbe riflettere a lungo. Infatti, la Divina Commedia è un’opera scritta per un’autentica e duratura ricostruzione psichica dell’uomo nuovo, moderno. E è dunque un’opera di terapia dello spirito.

 

Autore: Iacopo Bernardini

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