Un romanzo che racconta le lotte partigiane, intervista a Nadia Bertolani dedicata al suo libro “L’Uccellino di Maeterlinck”

Il suo libro ha una grande carica evocativa; quasi inutile sottolinearne i contorni intimistici. Ci vuole raccontare cosa le è scattato e l’ha spinta a mettersi a nudo?

Avevo una storia. La possedevo da sempre, era mia; meritava di essere raccontata, ma non avevo mai osato farlo, forse perché la conoscevo in modo approssimativo. Mi sono risolta a scriverla quando ho realizzato che alla soglia dei 50 anni non mi restava davanti un tempo infinito… Né, a maggior ragione, restava molto tempo a mia madre che era la mia medium, il mio tramite con gli anni perduti, la mia Narratrice con la N maiuscola. Senza contare che tanta parte di me si presentava ancora nebulosa e dai contorni incerti, per una serie molteplice di motivi. Quello che ho fatto è stato un vero e proprio accanimento terapeutico per riportare in vita un passato non solo mio. In seguito e solo grazie alla scrittura ho scoperto che è estremamente velleitario cercare di recuperare il passato proprio e altrui, e che del mio tentativo, alla fine di tutto, rimaneva soltanto un centinaio di pagine. Devo aggiungere che il mio intento principale non era mettere a nudo me stessa quanto, piuttosto, recuperare la figura di un padre che non avevo conosciuto. E di una madre sibillina. E’ in questo che consiste essenzialmente la vecchiaia: giudicare il passato di gran lunga più interessante del futuro.

Sembra che questo romanzo l’abbia accompagnata nel suo percorso di crescita, quanto le è costato non solo decidere di raccontarsi, ma soprattutto cimentarsi con se stessa ed il suo passato?

Mi è costato moltissimo. Prima di tutto mi sento ancora oggi colpevole per aver costretto mia madre a rievocare eventi di cui non aveva mai parlato volentieri, in secondo luogo ho scoperto in tutta la loro crudezza avvenimenti sui quali in famiglia si era sempre sorvolato. Mentre veniva dato alle stampe il mio libro, usciva il saggio di Bruno Maida “Prigionieri della memoria” che ricostruiva con il rigore dello storico una tragedia raggelante che io avevo solo immaginato e reso in termini molto letterari. E che nessuno in famiglia, penso, ha conosciuto in tutti i particolari.

L’ accuratezza di questo libro è ai limiti del poetico; ci racconti di sé e della sua evidente passione per la scrittura. Quanto tempo passa perché decida che un libro è compiuto? Secondo lei, L’Uccellino di Maeterlink è compiuto o si rimprovera per delle carenze?

Sono una scrittrice lenta, mai soddisfatta delle parole che scelgo, sempre preoccupata di eventuali scivoloni nella banalità volgare o nel melodrammatico che, ne convengo, è il mio rischio maggiore. Il mio primo libro è stato più che altro un omaggio a chi ha vissuto esperienze drammatiche con la consapevolezza che non si poteva fare altro che affrontarle. La sua stesura è durata due anni, dopo di che l’ho trattato come un figlio cresciuto, l’ho allontanato da me senza chiedermi se era perfetto o pronto; non avrei potuto cambiarlo. Oggi dico a me stessa che in quelle pagine ci sono ingenuità che non ripeterei.

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Una curiosità: perché Tyltyl e Mitil?

E’ in effetti una storia curiosa. All’inizio il riferimento a “L’oiseau bleu” di Maeterlinck è stato solo un cameo, un espediente narrativo che mi serviva a rievocare l’infanzia e, a proposito, darei un anno di vita per recuperare l’edizione illustrata che leggevo da bambina. In seguito, procedendo nella scrittura, ho scoperto la valenza simbolica del viaggio di quei due bambini alla ricerca di un mitico uccellino azzurro: per Maeterlinck l’uccellino rappresentava la felicità che non riconosciamo come nostra, per me ha rappresentato la memoria di un passato che ho cercato a lungo senza rendermi conto di averlo vicino.

Quali sono i suoi riferimenti letterari? I libri di cui non permetterebbe mai il rogo?

Quando ho cominciato a scrivere mi sono chiesta “come” avrei dovuto scrivere. Mi sembra evidente che il realismo non è la mia carta vincente anche se leggo di tutto e volentieri. Direi che amo il modo di raccontare di Marias, soprattutto in “Un cuore così bianco”, ma prima ancora la Bachmann di “Malina”. Ma lei mi fa una domanda crudele! Non potrei mai scegliere quali libri salvare dal rogo, sarebbero troppi. Facciamo così: lei mi dà il tempo di impararli tutti a memoria e poi, come in Farenheit 451, riuscirò a tramandarli a qualcuno e potrò rassegnarmi alla barbarie che avanza.

Ha in serbo degli altri romanzi?

Le accennavo prima che sono una scrittrice lenta. In questi anni ho scritto “Di pietra e di luna”, un romanzo di totale invenzione, ambientato un po’ a Venezia e un po’ in una città immaginaria. Il titolo allude alla duplice natura femminile: dura, all’occorrenza, e fluttuante, il più delle volte. Mi sono innamorata dei miei personaggi… E ne sto scrivendo un altro che ancora non ha un titolo. Sa, noi bradipi…

Autore: Monica Pintozzi

Come controller, ho appreso che i numeri contano solo se li sai analizzare, come lettrice che le parole contano solo se le sai utilizzare. Maniaca del dettaglio, pretendo che il libro rispetti lettore e sintassi; ignoro volentieri testi pieni di parole e concessioni dal sapor di refuso. Il libro è regalo per me non per l’autore.

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