Tra vento e gabbiani, la giornata dello scrittore

Oggi mi sono svegliato la prima volta alle sei e mezza, non volevo aprire gli occhi ma loro hanno aperto me perché c’era un raggio di luce troppo bello che passava per la parte rotta della finestra, e se non lo avessi visto non avrei mai potuto metterlo nel mio libro.
Ormai ero sveglio, così ho approfittato per controllare il capitolo del vecchio Pancrazio che ho finito di sistemare ieri notte ; erano passate soltanto due ore. Tutto sembrava scritto da qualcun altro, la solita sensazione di sdoppiamento : la persona che vive in me, ieri notte dev’essere venuta fuori di nascosto e mentre provavo a finire il capitolo del libro deve avermi sfilato la penna di mano come ogni santa volta.

Bene, la mia giornata, ecco perché eravamo qui.
Una volta aperti tutti e due gli occhi, sono sceso dal letto del marinaio che mi sono fatto costruire da un interdetto operaio tuttofare che conosco, e ho messo per la prima volta in questa giornata di maggio i piedi per terra. Il pavimento era freddo e caldo nello stesso tempo, non saprei descrivere quello che ho provato mentre barcollavo verso la finestra. Ho provato a toccare quella luce tanto strana, ma non ci sono riuscito, allora ho preso gli appunti del libro di Pancrazio e li ho riletti ancora una volta, volevo essere sicuro che ieri sera non mi fosse sfuggito nessun dettaglio ; il buon Pancrazio mi ammazzerebbe.
Oggi era il trenta di maggio, la fine di un altro mese trascorso al limite della sopravvivenza. Per quale ragione sia finito tanto in basso da fare colazione con un raggio di luce, questo non posso saperlo. Credo di rientrare in quella schiera di persone che preferiscono il rumore del proprio stomaco piuttosto che il rumore di una bella macchina o di un rasoio elettrico della Philips, ultimo modello con crema idratante inclusa nella confezione. « Perché diavolo vendono la crema per i rasoi elettrici, se i rasoi elettrici sono nati proprio per i poveri cristi che non hanno il tempo di mettersi la crema ? »

Senza neanche radermi, dunque, mi sono infilato sotto la doccia, era giorno, il mare già profumava di carburante e doposole alla vaniglia. Non vedo il porto dalla mia terrazza, ma ne sento i rumori e gli odori ; finiscono tutti sulla mia terrazza perché alle spalle del vecchio edificio delle carceri di Nizza ci sono soltanto gli alberi della foresta e il vento si ferma qui. La foresta mi fa ombra sulla testa e il porto si fa desiderare come la più astuta delle donne, dall’altro lato dei tetti.
Ero sotto l’acqua a ripensare al raggio di luce che mi aveva svegliato, quando il verso dei gabbiani che giocavano sulla mia amaca mi ha ricordato di andare a dare un’occhiata di sopra ; mi sono messo il cappello per non prendere vento sulla testa e sono andato a vedere cosa stesse accadendo : erano tutti lì sulla mia amaca a dondolarsi come delle stupide galline nel pollaio. Gli ho detto che già li avevo messi nel mio libro, che era ora di volare da qualche altra parte, ma loro hanno continuato a starnazzare, sembrava che si tirassero il collo a vicenda e soffrissero per la loro situazione celeste, come se la pena di non vivere con i piedi per terra li ammazzasse piano piano.
Era inutile parlare con i gabbiani, loro non mi avrebbero capito ; era ora di andare, una serie di appuntamenti fissati in centro mi aspettava per dare ordine alla mia giornata, non potevo tardare.

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Per prima cosa dovevo andare al Consolato italiano perché ieri sera mi sono deciso a denunciare la mia esistenza ed ho riempito degli incartamenti. Proprio io che amo tanto la carta, mi sono accorto di odiarne una buona parte, soprattutto quella utilizzata per i certificati e i processi in sospeso. Oggi era arrivato il momento di fare la mia dichiarazione d’amore al Consolato italiano.
La strada per il Consolato è stata ricca di imprevisti, che ho deciso di mettere nel mio libro. Pancrazio sarà contento di avere ancora da fare, almeno per le prossime dieci pagine.
Mentre camminavo nei vicoli della stazione, una sirena antincendio è scattata sulla mia testa, sembrava il suono della nave che si avvicinava al porto, ma era molto più lungo e molto più forte. Si sono voltati tutti dal lato opposto e si sono coperti le orecchie in attesa che finisse. Era orribile, ma io e un’altra persona siamo rimasti ad ascoltarlo, ci siamo fatti stregare dalla sua forza e dalla sua durata. L’altra persona era un fotografo del Nice-Matin, il quale a quest’ora avrà già consegnato le fotografie dell’incendio alla redazione. Quando ci siamo sorpresi l’uno dell’altro, uno con la macchina fotografica al collo e l’altro con la sua stupida agendina in mano, ci siamo fatti l’occhiolino : entrambi facevamo parte dell’inesplicabile mondo della procreazione. Eravamo come due donne incinta che si scambiavano un dolce sorriso guardandosi le pance.

Sono entrato nel Consolato e ho parlato attraverso il vetro ad una donna simpatica e seria, la quale mi ha chiesto qualcosa inclinando un po’ la testa da un lato. Mi sono sentito lusingato ad essere guardato come un cane o un bambino, ma ho dovuto dirle che non sentivo nulla a causa della sirena appena scoppiata là fuori, e che avrebbe dovuto scrivere la sua domanda su un pezzo di carta.
La donna ha continuato a parlare, era come guardare un film muto attraverso il vetro del suo sportello ; in quel passaggio stretto quanto una cabina del telefono intanto stavano passando alcuni personaggi di Nizza che mi hanno riconosciuto e mi hanno stretto la mano. « Non sento nulla » gli ho detto, ma loro mi hanno sorriso e mi hanno battuto la mano sulla spalla. Gente vestita di pelle e orologi rideva di me soltanto perché io ero sordo.
Poi ho letto C.I. su un foglio di carta messo contro il vetro e ho capito cosa voleva la simpatica signora ; le ho dato la mia Carta d’Identità e lei ha detto ancora qualcosa. Questa volta era più arrabbiata della prima volta ; si è rifiutata di scrivere e mi ha sbattuto sul vetro la mia Carta aperta. Aveva uno smalto rosso corallo, l’ho notato mentre mi indicava qualcosa e ho pensato che lo avrei messo nel mio libro.

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Purtroppo oggi non sono riuscito a entrare nel Consolato perché la mia Carta di Identità era scaduta da sei mesi e il passaporto, quello dev’essere rimasto a bordo della nave dove lavoravo prima di prendere in fitto la vecchia casa nel palazzo delle prigioni, giù in porto.
Così mi sono avviato verso l’ufficio di Adrien perché volevo parlare un po’ con qualcuno che facesse parte di questa bella giostra che gira al ritmo della luce.
Adrien lavora in un’agenzia del Crédit Mutuel, in rue de Congres, non lontano dalla casa del dottor Cerrone. Ma la storia del dottor Cerrone e delle sue amiche la racconteremo un’altra volta… Quando ho visto Adrien uscire dal suo ufficio con la sua camicia impeccabile e il suo sorriso sempre un po’ triste, l’ho preso sotto il braccio e gli ho detto : « Adri, amico mio, devo parlare con te! » « Che succede Frank, hai bisogno di soldi ? Non hai lavorato questo mese ? » « No, per i soldi non importa » gli ho detto, ero tutto eccitato, « i soldi si trovano sempre e se non li trovi sono loro a trovare te. Ti devo parlare di un’altra cosa, la cosa più bella che potesse capitare a uno scrittore come me ! » « Di cosa si tratta ? »

Dopo aver raccontato a Adrien quello che volevo raccontargli, ho ripreso la strada di casa, mi sono avviato verso il mio quartiere con un sorriso talmente grosso che il vento ha iniziato ad entrarci dentro, camminavo e respiravo le forti folate, mi entravano nella bocca e mi riempivano di gioia. Anche questo, prima o poi, lo avrei voluto scrivere nel libro del vecchio Pancrazio. Ma temo che sarà lui a decidere che cosa scrivere ; dopotutto è la sua storia, non la mia.
Allora, nel pomeriggio, mentre mi dondolavo sulla mia amaca in terrazza, mi sono detto : « Merda ! Ho scoperto quello che fanno i gabbiani quando nessuno li guarda ; ho sentito la gioia di essere vivo respirando forte il vento della città e ingoiandolo a grossi sorsi, ma anche oggi non ho scritto niente ! »

Autore: Franco Gallo

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1 Commento

  1. Che meraviglia, Franco Gallo come “Fante”!

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