L’amore e l’inquietante prossimità con la follia. Il pensiero di Umberto Galimberti, nel saggio “Le cose dell’amore”

copertina - Le cose dell'amoreNell’epoca dell’usa e getta, nella quale neanche i libri si sottraggono all’atteggiamento fondamentalmente bulimico del lettore/consumatore, che alterna l’abbuffata al rigetto, un libro che ha già sei-sette anni potrebbe sembrare un cibo ormai scaduto e inappetibile.

Non è così per Le cose dell’Amore di Umberto Galimberti (Feltrinelli 2004, rist. 2005), perché l’autore è una delle menti più acute del nostro tempo e soprattutto perché riguarda uno dei sentimenti più sfuggenti e al tempo stesso coinvolgenti nell’esperienza dell’essere umano: l’amore. Anzi, le “cose” dell’amore, ossia tutto ciò che amore per l’altro non è. Galimberti ci parla delle dimensioni emotive nelle quali l’amore transita, fino a condurci all’inquietante prossimità con la follia.

Ci parla di come il misterioso legame tra due amanti derivi da una mancanza (nel mito Eros è figlio di Penìa, povertà, mancanza appunto) che chiede di essere colmata. E di come l’altro, nella fantasia di colui che “ama”, non abbia un’esistenza propria in quanto ridotto a schermo vuoto su cui proiettare, del tutto inconsapevolmente, l’oggetto della propria mancanza. È questa illusoria “familiarità” dell’altro, questa sua trasformazione in una parte costitutiva di sé, a spiegare fenomeni come la gelosia e il possesso: non possiamo permettere che la nostra mano si distacchi da noi, abbia una vita autonoma e sfugga al nostro controllo. E neanche, finché siamo affetti dal bisogno di sanare la nostra “povertà”, possiamo scorgere la persona reale che noi stessi celiamo dietro gli orpelli dell’idealizzazione che, lungi dall’aumentare il valore dell’altro, serve soltanto ad alimentare il nostro narcisismo.

Follia, dicevamo, quando la passione travolge l’Io e la volontà, quando l’inconscio prevale sulla ragione cosciente: qui si scorge la vera radice dell’esperienza che chiamiamo amore e che, con maggiore precisione, dovremmo definire malattia (Freud docet). Ossia nella frattura inaugurale che ci ha reso umani e che si è progressivamente allargata nel corso della nostra storia, con un accumulo di sapere che, tuttavia, non ha dotato il nostro Io di maggiore saggezza: la saggezza necessaria per osservare e tollerare l’oscurità da cui veniamo senza cercare scampo dove non c’è ombra.

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Solo se riusciamo a stabilire un rapporto con ciò che dentro di noi è ancora oscuro, se ci adoperiamo per trasformarlo in immagine e parola, dunque in contenuto di coscienza, se riusciamo ad avere un contatto consapevole con le ferite e le mancanze che ci premono dal profondo e se accettiamo di non poter mai ricucire le nostre lacerazioni, ma solo provare a governarle, allora possiamo riconoscere che l’altro è anche altro da noi e dunque un interlocutore e compagno di viaggio nella condivisione del progetto “impossibile” di cercare insieme altri modi di esprimere la propria umanità. Accanto all’amore della visione tradizionale, che lo risolve nella passione, la cui irruzione spezza l’ordinario e rivendica con violenza il suo posto nel reale, mentre inevitabilmente lo cancella, possiamo immaginare una versione dell’amore come impegno e passione comune alla creazione di realtà, una realtà culturale, che fa appello alla capacità tipicamente umana di differire, deviare, dislocare l’istinto, l’impulso, la coazione, mai definitivamente sconfitti, ma di volta in volta sottratti all’obbligatorietà.

Un libro, dunque, da leggere per continuare o cominciare a riflettere sulla nostra fondamentale e irriducibile contraddittorietà.

Autore: Luciana Riommi

psicoterapeuta per necessità, lettrice per piacere

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1 Commento

  1. quando uno crede di essere superiore a livello intellettivo,ma non e capace di ascoltare gli altri,anzi diventa arrogante,come lo definirebbbe

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